Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 06 giugno 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Disturbi dello spettro dell’Autismo (ASD): curando un difetto assonico sono scomparsi i sintomi. Yoshinori Otani e colleghi hanno identificato un difetto nel segmento iniziale dell’assone (AIS), sito critico per la genesi del potenziale d’azione e hub per la plasticità omeostatica. I neuroni piramidali della corteccia prefrontale mediale (mPFC), in un modello murino clinicamente rilevante e portatore di una duplicazione 15q11-13, presentano significativi deficit strutturali e funzionali del tratto AIS. Nella mPFC gli assoni di questi neuroni presentavano, in particolare, un AIS più breve con riduzione dell’eccitabilità e parziale compromissione della plasticità. Queste anomalie erano specifiche degli assoni che prendono parte ai circuiti cerebrali a lungo raggio, come la via che porta dalla mPFC ai nuclei del rafe dorsale (DRN), che ha importanza cruciale per il comportamento sociale. Con una speciale strategia chemogenetica che ha attivato i neuroni di proiezione di questa via mPFC-DRN, i ricercatori hanno ottenuto la normalizzazione strutturale del tratto AIS e la scomparsa delle manifestazioni comportamentali autistiche. [Cfr. Otani Y., et al., Cell Death & Disease – AOP doi: 10.1038/s41419-026-08873-0, 2026].

 

Malattie neuromuscolari: efficacia di un modulatore allosterico positivo dei recettori AChR. Richard G. Webster e colleghi hanno dimostrato l’efficacia di DC-98-LC74, un modulatore allosterico positivo (PAM) selettivo per i recettori dell’acetilcolina (AChR) del muscolo scheletrico adulto. I dati ottenuti indicano che DC-98-LC74 aumenta la probabilità di apertura a riposo e aumenta il tempo di apertura dei canali rapidi dei mutanti della sindrome miastenica congenita portandoli a livello dei tempi dei canali del genotipo naturale. Nel muscolo sarcopenico isolato di topo aumenta la forza muscolare indotta dal nervo. Questa modulazione allosterica positiva dei recettori muscolari AChR sembra una promettente possibilità terapeutica per le malattie neuromuscolari. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2504146123, 2026].

 

Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA): miR-146a è un regolatore della degenerazione dei motoneuroni. Dylan A. Galloway e colleghi, profilando specificamente microRNA all’interno dei motoneuroni in topi SOD1G93A, hanno identificato cambiamenti dinamici dei miRNA durante la progressione della malattia. La delezione genetica di miR-146a migliorava la sopravvivenza e riduceva la gliosi reattiva nei modelli SOD1G93A. I topi knockout per miR-146a, sorprendentemente e spontaneamente, invecchiando sviluppavano malattia del motoneurone associata a neuroinfiammazione cronica. Questi risultati dimostrano che miR-146a svolge un ruolo complesso nella patogenesi della SLA e sottolineano il ruolo della neuroinfiammazione, che può essere trattata farmacologicamente. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2526314123, 2026].

 

Perché la fonte della giovinezza delle cellule T CAR senolitiche ha deluso le aspettative. La terapia con cellule T CAR (chimeric antigen receptor) ha migliorato la prognosi di varie patologie ematologiche maligne e il suo impiego in funzione senolitica, per rallentare l’invecchiamento e combattere le malattie associate, è stato proposto due anni fa in modo fondato dagli autori di uno studio che noi abbiamo presentato in una “Notula” del 2024 che qui, di seguito, riportiamo.

La fonte della giovinezza sembra essere nelle cellule T CAR senolitiche. L’accumulo delle cellule senescenti nel corso degli anni contribuisce al declino dei tessuti legato all’età; l’ablazione genetica di tali cellule migliora la disfunzione metabolica, la forma fisica e le patologie associate all’invecchiamento. Piccole molecole dette “farmaci senolitici” sono in grado di produrre in parte questi effetti, ma richiedono una continua somministrazione. Corina Amor e numerosissimi colleghi coordinati da Scott W. Lowe hanno sperimentato una terapia senolitica basata su cellule T CAR (chimeric antigen receptor), che bersagliano la proteina associata alla senescenza uPAR (urokinase plasminogen activator receptor) ed eliminano senza causare alcun effetto collaterale le cellule senescenti. Questo trattamento ha migliorato la capacità di esercizio motorio nell’invecchiamento fisiologico, ha migliorato la tolleranza al glucosio e altri parametri metabolici. Una singola somministrazione di T CAR senolitiche è sufficiente per ottenere effetti preventivi e terapeutici di lunga durata (Cfr. Nature Aging AOP – doi: 10.1038/s43587-023-00560-5, 2024).

Per comprendere le ragioni che hanno arrestato la sperimentazione dell’impiego di T CAR senolitiche in funzione anti-invecchiamento è utile leggere lo studio di rassegna critica di Jian Li e colleghi, postato online prima della stampa lo scorso sabato: questa terapia cellulare è associata alla sindrome da rilascio di citochine (CRS), alla sindrome da neurotossicità associata a cellule immuno-effettrici (ICANS), all’ematotossicità associata a cellule immuno-effettrici (ICAHT) e alla sindrome emofagocitosi-simile associata a cellule immuno-effettrici (IEC-HS).

Jian Li e colleghi offrono un quadro dettagliato dei meccanismi e dei rischi connessi con il trapianto cellulare di cellule T CAR, discutendo i fattori clinici e gli strumenti per prevederne la tossicità. Si comprende perché si sia escluso l’impiego “anti-età”. [Cfr. Li J. et al. Transplant and Cellular Therapy – AOP doi: 10.1016/j.jtct.2026.05.027, May 29, 2026].

 

Potoroo di Gilbert: il marsupiale più raro al mondo può essere salvato grazie a un nuovo studio. L’importanza di questi animaletti come “ingegneri dell’ecosistema” consiste soprattutto nel trasporto di spore, che fanno con l’attività di scavo alla ricerca dei piccoli funghi del sottosuolo di cui si nutrono.

Dichiarato estinto dal XIX secolo, nel 1994 un esemplare del marsupiale più raro al mondo fu avvistato nella Two Peoples Bay Nature Reserve vicino alla città di Albany, e in breve si scoprì che apparteneva a una piccola popolazione di 40 individui sopravvissuta nei pressi del Mount Gardner; attuato un salvataggio di emergenza della specie, nel 2015 la popolazione della riserva fu cancellata da un incendio devastante.

Il potoroo di Gilbert non si era estinto grazie all’intervento del Department of Biodiversity, Conservation and Attractions (DBCA) che, costituite due “popolazioni di sicurezza” tra il 2004 e il 2014, ne aveva trasferita una – inizialmente solo un maschio e due femmine – a Bald Island, un’isola priva di rischi al largo dell’Australia meridionale, e l’altra in un parco della parte occidentale del continente. Ora, il Potorous gilbertii (Gould, 1841), con meno di 150 esemplari viventi, è considerato una specie micofaga gravemente minacciata di estinzione. Le specie di animali micofaghe sono particolarmente vulnerabili perché si nutrono pressoché esclusivamente di particolari specie fungine, e la specie del sottosuolo prediletta dal Potorous gilbertii non era stata finora individuata.

Ricercatori della Edith Cowan University (ECU) con colleghi della DBCA, usando una nuova tecnica di identificazione del DNA nelle feci (eDNA metabarcoding), sono riusciti a scoprire i funghi di cui si nutrono questi piccoli marsupiali. [Fonte: Edith Cowan University (ECU), May 20, 2026].

 

Ghiottone: perché dopo il successo nel ripopolamento è di nuovo un animale a rischio. Il più grande carnivoro mustelide vivente sulla terra, noto in Italia come Ghiottone (Gulo gulo, Linnaeus 1758), nonostante il grande successo ottenuto dal programma di conservazione svedese CPP (Conservation Performance Payment) nel 2015, è ora di nuovo a rischio.

Il programma era assolutamente innovativo, quasi rivoluzionario per quegli anni, perché invece di preoccuparsi dei predatori promuoveva economicamente la convivenza e la pace sociale tra gli abitanti delle regioni del nord della Svezia e la popolazione di questi grandi mustelidi. In realtà, il successo fu in gran parte il prodotto di un entusiasmo, poi sostenuto per alcuni anni dall’orgoglio di rappresentare un esempio di civiltà e del nuovo rapporto possibile dell’umanità col modo animale. Esplicitamente nel programma si diceva che le popolazioni delle aree in cui vi erano i Ghiottoni avrebbero dovuto affrontare i costi della convivenza (a cominciare dall’acquisto di carne) e accettare i rischi e i danni che ne sarebbero derivati. In questi ultimi 11 anni sono molti, anche tra i più giovani, coloro che non hanno più voglia di patire e sopportare problemi per favorire la moltiplicazione di animali potenzialmente in grado di complicare una vita già difficile per i cambiamenti climatici e la crisi economica.

L’aspetto del Ghiottone è quello di un orso bruno dalla testa un po’ più piccola, e proprio la sua morfologia spiega perché un tempo era classificato come urside. Gli abitanti delle aree in cui si è attuato il CPP riferiscono anche che il Ghiottone è estremamente aggressivo e pericoloso quando è affamato – cosa peraltro frequente – e che può attaccare branchi di lupi o orsi e metterli in fuga. È vero, come dicono i responsabili del programma, che si nutre di lepri, marmotte, oche, castori, galliformi, e che può integrare l’alimentazione con bacche, radici e frutta, ma è anche vero che preda animali fino a cinque volte la sua taglia e lo si vede cacciare renne, alci, cervi della Virginia, caprioli, wapiti, cervi mulo e simili. Soprattutto è da considerare che il Ghiottone, come altri mustelidi, presenta il fenomeno della predazione in eccesso, ossia non uccide più per fame ma per soddisfare un’aberrazione dell’istinto. Gli esemplari presi da questo eccesso predatorio possono fare stragi di animali selvatici, distruggere interi pollai o altri allevamenti, e sicuramente la carne offerta dagli Svedesi ligi al programma non serve a placarli.

In conclusione, da anni la gente non è più disposta spendere tempo e denaro per accrescere la probabilità di ricevere danni e sentirsi minacciata nell’incolumità personale e dei propri animali domestici, e così molti hanno smesso di seguire alla lettera il piano di “integrazione tra la popolazione umana e quella animale”. [Fonte: University of York & BM&L-International, giugno 2026].

 

In ogni campo del sapere creare barriere fra discipline può rappresentare un ostacolo alla conoscenza. I Greci antichi erano così padroni della meccanica e delle sue applicazioni da aver realizzato dei divertenti automi che funzionavano a vapore acqueo. I documenti riportavano racconti e descrizioni che non davano adito a dubbi, ma la maggioranza degli storici, non sapendosi spiegare perché tali conoscenze e abilità non avessero portato alla realizzazione della macchina a vapore, preferivano omettere la menzione degli automi greci, peraltro celebrati nel mondo antico. Poi, un ingegnere esperto di storia della tecnologia, spiegò l’arcano e gli storici della civiltà non censurarono più gli automi: la biella e la manovella furono inventate solo nel Medioevo e senza biella non si può trasformare un moto rettilineo in moto circolare. [BM&L-Italia, giugno 2026].

 

L’incontro tra Etruschi e Greci nel 700 a.C. ha lasciato tracce ancora vive oggi tra noi. Furono le missioni nel Golfo di Napoli, verso la fine dell’VIII secolo d.C., a consentire agli Etruschi di entrare in contatto con i Greci delle colonie, prevalentemente Euboici di Cuma e di Eretria e Calcide stanziati nell’isola di Pithekoussai o Pithecusa, oggi Ischia.

Gli Etruschi furono le prime genti italiche ad adottare l’alfabeto greco. La più antica testimonianza ci è fornita dall’alfabetario di Marsiliana, datato 700 a.C.: una tavoletta di avorio che porta inciso sul contorno un alfabeto completo, considerato modello di scuola dai linguisti e oggetto votivo dagli archeologi. È interessante che gli Etruschi conservarono la serie completa solo negli alfabetari, nell’uso testuale adattarono invece la serie delle lettere greche alle specificità della lingua etrusca, abbandonando i segni per le consonanti sonore greche ˂b, d, g˃, e quello per la vocale ˂o˃. Una caratteristica della notazione etrusca è l’alternanza di ‘K’ davanti ad ‘A’, ‘C’ davanti a ‘E’ e ‘I’, ‘Q’ davanti a ‘U’.

Da questa notazione si può dedurre una prova che la “gorgia toscana”, ossia l’aspirazione delle consonanti occlusive p, t, k, derivi dalla pronuncia etrusca; e a questa regola di notazione si può far risalire anche l’obbligo della vocale “u” dopo la consonante “q”, tipica dell’italiano, la cui norma di scrittura è venuta dai padri toscani della lingua italiana. [BM&L-Italia, giugno 2026].

 

Storia della scoperta della trasmissione sinaptica. Sesta Parte – Henry Dale identifica l’acetilcolina (ACh) ma dovrà aspettare un’ispirazione notturna di Otto Loewi per l’esperimento decisivo. Dopo il mancato riconoscimento del più potente derivato della colina che si verificò al meeting della British Medical Association in Toronto, sulla scena della nostra storia compare una nuova figura, che giganteggerà nella Fisiologia del Novecento: Henry Hallet Dale, grande amico di Thomas Renton Elliott, lo studioso dell’adrenalina, e anche lui allievo di John Newport Langley.

Henry Dale aveva sentito un racconto su un antico sapere erboristico ammantato di mistero alchemico, custodito e tramandato fin dal Medioevo da gruppi di donne della Mitteleuropa, che consentiva loro di praticare l’aborto mediante la segale cornuta, ed era stato attratto dall’idea di chiarire quale fosse la molecola responsabile dell’effetto abortigeno. In realtà, la proprietà di generare contrazioni uterine, erroneamente attribuita alla pianta di segale, era dei “corni” (ergot), segno della contaminazione da parte della Claviceps purpurea, un ascomicete parassita delle graminacee, che sviluppa una grande quantità di composti alcaloidi tossici, ossitocici, vasocostrittori, simpaticomimetici e psicoattivi allucinogeni come la dietilammide dell’acido lisergico (LSD), responsabili dell’ergotismo e di altre sindromi di intossicazione da ergot[1].

Dale prese a lavorare intensamente agli effetti dell’ergot sull’utero gravido e chiese aiuto al suo collega di Cambridge, Arthur Ewins, per isolare i composti costituenti le miscele di alcaloidi del micete, guidato dalla supposizione intuitiva della presenza di muscarina[2] fra i derivati dell’ergot. Anche se la supposizione si rivelò erronea, ebbe l’effetto di un potente stimolo motivatore che gli consentì di portare avanti un lavoro durissimo che avrebbe dato i suoi frutti.

Henry Dale si era costruito un percorso formativo inusuale, ma che aveva seguito e attuato con assoluta dedizione e grande passione. Nato in una famiglia borghese di Londra, terzo di sette figli, l’ultimo dei quali diventa poi compositore e docente della Royal Academy of Music, Henry a ventitré anni (1898) si laurea in Scienze Naturali, specializzandosi in Fisiologia e Zoologia presso il Trinity College di Cambridge, frequenta il Bartholomew’s Hospital di Londra per un tirocinio clinico in medicina, contemporaneamente entra come apprendista nel laboratorio di John Newport Langley e, nel 1900, pubblica il suo primo articolo sul Journal of Physiology; nel 1903 si laurea in Chimica e dal 1904 comincia a lavorare come farmacologo presso i Wellcome Research Laboratories, senza interrompere gli studi medici: nel 1909 si laurea in Medicina.

L’ostinato rigore nello studio e nel lavoro sperimentale, condotti con massima efficienza e costanza, gli derivavano da una severa educazione cristiana metodista che lo aveva abituato fin dalla più tenera età a dividere la giornata, secondo il “metodo”, in parti dedicate allo studio delle scritture e parti dedicate agli altri doveri cristiani e della propria condizione.

Prima di dedicarsi allo studio dei derivati dell’ergot, Dale aveva analizzato un gran numero di amine simpaticomimetiche isolate dal suo collega George Barger, e poi aveva identificato un potente composto ad azione vasopressoria che, a differenza dell’adrenalina, non inibiva le contrazioni dell’utero: chiamò questo composto α-l-aminoethyl-cathecol. Solo molti anni dopo, il fisiologo svedese Ulf von Euler definì con precisione la struttura della catecolamina di Dale, la identificò col neurotrasmettitore del simpatico e la chiamò noradrenalina, in cui il “NOR” è acronimo delle parole tedesche: N Ohne Radikal, ossia “azoto senza il radicale metilico (CH3)”, in altri termini, un’adrenalina con un gruppo metilico in meno. Dunque, dopo essere andato vicino alla scoperta della noradrenalina, Dale si concentra con Ewins sui composti della miscela dell’ergot che sembravano avere proprietà simili a quelle della muscarina.

Lavorando su anse di intestino tenue di coniglio, trovò che tutte le preparazioni che avevano un’azione muscarino-simile erano associate alla colina e, visto che il principio attivo era sensibile agli alcali, Dale dedusse che si trattava dell’acetilcolina (ACh).

Leggendo le memorie di Dale e degli altri protagonisti di quella straordinaria stagione scientifica che portò all’identificazione dei neurotrasmettitori, ci si rende conto di quanto sia stato difficile avere delle prove certe del ruolo della prima molecola identificata come trasmettitore. Oggi non è facile per noi renderci conto di come fosse quell’operare al buio: siamo abituati a pensare ai 52 neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale insieme con i loro recettori, ragionando in termini molecolari, mentre allora si dovevano condurre esperimenti sui sistemi naturali senza sapere quasi nulla del livello molecolare costituito, fra l’altro, dalle innumerevoli proteine delle membrane pre e post-sinaptiche includenti i recettori, i trasportatori, le migliaia di composti degli spazi perisinaptici e le possibili influenze determinate sulla fisiologia di queste molecole dai meccanismi biofisici della regolazione ionica transmembrana. Per questo non deve meravigliarci che i progressi siano stati compiuti mediante esperimenti che hanno consentito progressivamente di accrescere il grado di certezza della prova del ruolo di trasmettitore, anche quando questi esperimenti sono stati condotti da ricercatori che non erano giunti al riconoscimento chimico dell’ACh fra tutti gli esteri della colina.

E, infatti, è lo stesso Dale a raccontare che la prova decisiva di quanto lui aveva pubblicato nel 1914 venne nel 1921 ad opera di Otto Loewi, che continuava a chiamare Vagusstoff, cioè “sostanza del vago”, l’acetilcolina e chiamava il regime funzionale del parasimpatico vagale “effetto riposa e digerisci”. Sia pur in breve, il racconto quasi leggendario di Loewi circa il modo in cui affiorò alla sua mente l’ispirazione per la sperimentazione decisiva non si può non riportare:

 

La notte prima della domenica di Pasqua di quell’anno mi sono svegliato, ho acceso la luce e ho buttato giù poche note su un piccolo foglietto di carta. Poi mi sono addormentato di nuovo; mi sono reso conto alle 6 del mattino che durante la notte avevo scritto qualcosa di molto importante, ma non riuscivo a decifrare l’appunto. La notte successiva, alle 3, l’idea ritornò. Era lo schema di un esperimento per determinare se fosse corretta o meno l’ipotesi della trasmissione chimica che avevo avanzato diciassette anni prima. Mi alzai dal letto immediatamente, andai in laboratorio ed eseguii un semplice esperimento su un cuore di rana secondo l’idea notturna[3].

 

In realtà, come si apprende dalle sue pubblicazioni scientifiche, Loewi eseguì 14 esperimenti su due specie di rane e quattro specie di rospi; la prova sperimentale principale consisteva nell’isolare e perfondere per cannula con soluzione di Ringer due cuori di rana e stimolare il vago di uno dei due cuori per determinare l’effetto cardiomoderatore e poi, ottenuto il rallentamento del battito, prelevare il fluido dal primo cuore e trasferirlo al secondo cuore, ottenendo anche in questo la bradicardia come se fosse stato stimolato il suo nervo vago. Questo esperimento dimostrò che una sostanza chimica solubile, una Vagusstoff, era responsabile dell’azione del parasimpatico vagale sul cuore. Che la sostanza fosse proprio l’acetilcolina lo aveva già dimostrato Henry Dale.

 

 

[continua]

 

 

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BM&L-06 giugno 2026

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[1] Ergot è il termine francese, traducibile con “sperone”, adottato per denominare gli sclerozi di claviceps a forma di corni che spuntavano sulla segale contaminata. I derivati dell’ergot sono distinti in aminici e peptidici, e molti sono impiegati da decenni in farmacologia come α1-2 bloccanti. Sono prescritti da più di mezzo secolo farmaci come l’Hydergina (diidroergotossina), costituita da metan-sulfonati in parti uguali di diidroergocornina, diidroergocristina, diidroergocriptina α e β.

[2] La muscarina è un alcaloide isolato per la prima volta (1869) dal fungo velenoso Amanita muscaria, e si trova in concentrazioni anche più alte in altri funghi velenosi, agisce da agonista colinergico, legandosi a specifici recettori dell’ACh, detti appunto “muscarinici” per distinguerli dai recettori dell’ACh a cui si lega la nicotina (recettori nicotinici). Già a basse dosi provoca stato tossico e morte; il suo antidoto è l’atropina.

[3] Otto Loewi (1953), cit. in Synapses (Cowan, Südhof, Stevens, eds), p. 20, Johns Hopkins University Press, Baltimore, Maryland 2003.